REALE E/O VIRTUALE, RIFLESSIONI SUL TEMA
Formafluens è un magazine letterario on line molto curato nella forma e nei contenuti, e con un look raffinato ed elegante; se fosse una rivista cartacea si potrebbe definirla patinata, ma senza la vaga accezione di superficialità insita nel termine.
Nell'ultimo numero (http://www.formafluens.net/formafluens.net_2011-03.pdf) compare un interessante articolo di Suapte Dyonisus (aka Cristina Cilli, affermata giornalista, autrice e regista televisiva), dedicato al metaverso con le sue implicazioni artistiche ed estetiche e corredato da belle immagini da lei tratte (o, se preferite, fotografie da lei scattate) all'interno di Second Life. Il titolo è emblematico: “La notte che bruciammo Second Life”, e se non fosse una parafrasi ironica - ma non tanto - di un libro di William Gibson, potrebbe sembrare un tentativo di esorcizzare il timore, latente nel popolo degli avatar, che la protervia iconoclasta dei piromani di turno possa davvero far prendere fuoco al loro mondo, ammesso poi che esso non possa rinascere dalle proprie ceneri.
Tra molte acute e profonde riflessioni riguardanti la natura stessa dell'esperienza virtuale e i suoi diversi livelli di lettura, Suapte scioglie la sua efficace e limpida prosa in un'appassionata difesa di una virtualità vissuta con parametri cognitivi ed emozionali non dissimili da quelli della vita cosiddetta reale, ma spesso oggetto di critiche, incomprensioni e fraintendimenti, quando non addirittura di facili ironie.
Realtà virtuale: nell'apparente contrapposizione di questi due termini risiede l'equivoco, sostiene l'Autrice dell'articolo. Si tratta, aggiungo io, di un ossimoro lessicale - almeno nella lingua italiana - ma non concettuale, se riusciamo ad immergerci nella logica dei mondi digitali scrollandoci da dosso le incrostazioni di un'anacronistica mentalità razionalistica ed aristotelica nel senso deteriore del termine. Quella mentalità che è causa di quell'atavico ritardo culturale di cui parla Suapte, e che si manifesta a mio avviso non solo nella fruizione e nella gestione dell'espressione artistica - tema a lei caro e congeniale - ma nell'approccio a tutto ciò che possa richiedere strumenti interpretativi più complessi della semplice passiva osservazione, percorrendo le ardite ma fertili vie dell'immaginazione e - udite udite - della fantasia. Che non è un peccato originale da scontare con rassicuranti conformismi intellettuali, né una pericolosa sbandata nel non-produttivo e nel politicamente scorretto, ma un'opportunità ed una risorsa, non solo mentale, validata dalle nuove acquisizioni scientifiche e filosofiche.
Oggi la distinzione tra queste ultime è molto meno netta che in passato, e rimanda ad antiche scuole di pensiero che si stanno rivelando inaspettatamente attuali; l'idea platonica, finora considerata poco più che un'astrazione speculativa riservata a menti idealisticamente lontane dalla "realtà", ritorna prepotentemente in auge, suffragata anche dalle moderne teorie fisiche e cosmologiche. Nell'ambito di una ricerca scientifica che, quanto più profondamente affonda nella comprensione della struttura del tutto, tanto più sconfina nella filosofia, anche la meccanica quantistica, infatti, ci suggerisce che niente è come sembra e che tutto può essere, così come il contrario di tutto. Così è anche se (non) vi pare. Il rapporto causa-effetto, aristotelicamente ineccepibile, viene messo in discussione e talvolta si ribalta. Il possibile e l'impossibile sfumano nel probabile, ed il buon senso comune si smarrisce nei salti quantici e nei voli pindarici. Le ombre nella platonica caverna prendono vita e si tramutano in avatar pensanti e autocoscienti. Le contraddizioni si annichilano come le particelle di materia-antimateria, generando nuova energia. Il gatto di Schroedinger c'è e non c'è, e non è dato saperlo a meno che non si violi la sua essenza, sconvolgendola e sparigliando le carte in tavola; ovvero, mutatis mutandis, a meno di non essere gatto, di non "entrare" in dimensioni parallele per vivere virtualmente una realtà che è e non è, per esistere nella propria mente e in quella di chi osserva senza rinunciare alla propria ontologica ma non assoluta identità, per trovarsi quasi ubiquitariamente in sfere e piani diversi, in una sorta di entanglement psicologico da fare invidia agli elettroni.
Il digitale - simbolo di questa evoluzione culturale - offre chiavi di lettura a livelli superiori di quelli che hanno caratterizzato gli scontati schematismi intellettuali che per secoli hanno tarpato le ali all'immaginazione e alla sperimentazione. E' sotto gli occhi di tutti il salto di qualità che il suo avvento ha reso possibile nella multimedialità: in un nastro delle vecchie musicassette per raggiungere il punto desiderato occorreva seguirne tutto il percorso e scorrere - sia pur velocemente - dati indesiderati ed inutili. Nei CD digitali si raggiunge istantameamente qualsiasi posizione, e nei lettori MP3 praticamente lo si fa senza movimenti fisici dei dispositivi. Come non pensare alla differenza tra viaggio nella vita reale, inesorabilmente lento ed irrimediabilmente - per ora - analogico, e teleport in Second Life? Ci si incomincia a chiedere se sarà possibile un giorno arrivare all'istantaneità ed alla contemporaneità di viaggi ed eventi, superando ostacoli tecnologici ma non più concettuali, di pari passo con la completa digitalizzazione della nostra vita quotidiana; il cammino verso un futuro post-umano ma tutt'altro che non-umano sembra ormai irreversibile: protesi bioniche ci renderanno perfomanti ed indistruttibili, appendici cibernetiche ci solleveranno dalle noiose e ripetitive incombenze quotidiane lasciandoci finalmente tempo sufficiente per pensare (e - perché no - sognare).
Tutto questo non sembra più fantascienza, eppure c'è ancora chi non ammette la possibilità di agire in un ipermondo o ultramondo parallelo che dietro fittizi scenari fatti di pixel multicolori nasconderebbe - come i fondali di cartapesta di Cinecittà - soltanto finzione e falsità.
A questi saccenti depositari della verità io vorrei ricordare che la verità è equilibrio, mediocritas (nel senso buono e giusto dei nostri avi tiberini), frutto maturo dell'innesto tra detto e pensato, incontro-scontro di opposte spinte interpretative; proprio dall'inevitabile cortocircuito di apparenti incongruenze può scoccare la scintilla di una nuova e inaspettata realtà.
E se è vero che la realtà è rappresentazione, se il multiverso non è un'astrusa e cervellotica equazione tutta incognite e poca certezza, allora noi avatar (ebbene sì, lo sono anch'io e sono anche un avatar) possiamo esistere nella realtà e nella virtualità senza alcuna necessità di definire finzione quest'ultima. Fiction forse sì, o magari solo in parte, o piuttosto science-fiction, ma Ray Bradbury ci ha insegnato che niente è più concreto e coinvolgente di una poetica (ir)realtà, e il bambino delle stelle di Clarke/Kubrik ci ha fatto capire che le febbri visionarie guariscono senza psico-farmaci lasciandoci più saggi ed umani di prima.
Mondi paralleli: non è più o almeno non è soltanto un'utopia, ma qualcosa che la scienza e l'emozione possono "spiegare", vivere e far vivere con disarmante disinvoltura. Carbonio e silicio, catalizzati a dovere, possono andare ben d'accordo, se mettiamo in sintonia la mente ed il cuore; elementi dialetticamente opposti come materia e spirito, forma e contenuto, reale e virtuale possono coesistere su piani diversi ma con qualcosa che li accomuna e li unisce, e che Suapte - come e meglio di molti di noi - ha intuito: l'emozione. Capace di vibrare su tutti i livelli di coscienza e di percezione, generando armoniche come i suoni puri, minimo comun denominatore di una ritrovata umanità.
Pinovit Pinion
Commento
Commento da pino viti su 8 Settembre 2011 a 12:59 "Ma come far capire a chi è dentro la caverna - e fuori second life - che anche le ombre sono prodotte da persone reali?"
Illuminandole...
Commento da Imparafacile Runo su 7 Settembre 2011 a 1:16 Benvenuto in
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